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un tempo galleria "il raggio"

Nel mese di giugno del 1997 con un'esposizione dedicata al pittore ticinese Antonio Rinaldi
( attivo nel 1800 soprattutto nel Mendrisiotto come affrescatore di chiese) prese avvio, all'interno dei locali del negozio "la cornice", l'attività espositiva della galleria " il raggio ". In collaborazione con il signor Domingo Sampietro, il quale era responsabile della conduzione artistica della galleria, si organizzavano sia mostre di artisti contemporanei, che esposizioni tematiche.

A partire dal primo di gennaio 2019 sono cessate l'attività della galleria "il raggio" e la collaborazione con il signor Domingo Sampietro che ringraziamo per il prezioso lavoro svolto in questi ventun anni.

Con un'esposizione dedicata al pittore milanese residente a Bergamo Claudio Granaroli il 26 febbraio 2019 ha preso avvio, sempre nella medesima sede all'interno del negozio "la cornice" l'attività di: "LA CORNICE spazio espositivo".



Dal 11 marzo al 11 aprile 2020

 

Carola Mazot




 

Carola Mazot, biografia breve (di Caterina di Fidio)

 

 Carola Mazot nata a Valdagno nel 1929, inizia a 13 anni la pittura con il nonno materno Vettore Zanetti Zilla, poi con Donato Frisia e lo scultore Lorenzo Pepe.

All'accademia di Belle Arti di Brera frequenta con Giacomo Manzù. Nel 1952 sposa lo scultore Guido di Fidio e studia ancora scultura con Marino Marini. Si diploma in seguito con Pompeo Borra.

Ha vissuto e lavorato a Milano dove è scomparsa nel 2016.

Sono stati molto importanti gli apprezzamenti che lungo gli anni hanno accompagnato il suo lavoro, da Liana Bortolon a Dino Villani, da Mario De Micheli a Franco Loi ad artisti significativi come Ernesto Treccani, Eugenio Tomiolo, Giuseppe Migneco, Alik Cavaliere per ricordarne solo alcuni, con un consenso affettuoso, attento e qualificato.

Numerose sono le sue opere in collezioni private. Una sua deposizione è conservata nella chiesa di San Luca Evangelista a Milano. Una collezione di 37 opere è visionabile presso il suo Comune di nascita. Le sue esposizioni hanno fatto il giro del mondo da Milano a Verona e Venezia ma anche Parigi, Vienna, Varsavia, New York e San Francisco. Alcune sue opere sono state recentemente acquisite dal Museo della Permanente di Milano. 

Presentazione di Caterina Di Fidio:

Questa mostra è una selezione di opere dedicata al periodo dei "Giardini", così chiamato perché i soggetti riportati sulle tele sono presi dalla natura: fiori, alberi, radici, foglie sempre ritratti dal vero "en plein air" dall'interno di giardini e terrazzi o da pascoli e boschi in località di montagna.

Il soggetto, preso dalla natura, viene così riportato e reinterpretato direttamente sulla tela senza disegno o quadrettature né prove o correzioni. Dipinti di getto e senza ripensamenti ma con grande attenzione alla composizione generale e alle proporzioni.
Molti critici hanno scritto che i "Giardini" assomigliano alla pittura giapponese. Io so che mia madre non amava particolarmente la pittura orientale ma, a quanto vediamo, è arrivata naturalmente a questa essenzialità dove anche i "vuoti" sono parte essenziale dell'immagine.

Questa sintesi estrema quasi astratta e informale, poggia su uno studio meticoloso e costante iniziato dall'età di 13 anni, con il nonno pittore, poi continuato in varie sedi e all'Accademia di Brera, anni '60, con Marino Marini e Giacomo Manzù come insegnanti.

Una pittura che inizia solidamente figurativa che ben presto si evolve in uno stile figurativo espressionista per poi approdare a questa gioiosa libertà.

Testo di Chiara Gatti: "Natura e astrazione nella serie dei Giardini"

Il verde è il colore più difficile. I pittori informali non lo amavano perché, come diceva il grande

critico dell’arte americano Clement Greenberg «fa subito natura». E, infatti, né il suo protetto

Jackson Pollock né tanto meno Marc Rothko lo usarono mai come tono dominante, relegandolo

a comprimario solo in casi eccezionali per acuire semmai, in modo espressionistico, l’acidità del

gesto o l’effetto acuto dei gialli. Lo spettro di un naturalismo latente aveva a suo tempo terrorizzato

tutti i maestri dell’astrazione impegnati a varcare i limiti di una dimensione contingente verso esiti

immateriali. Eppure, a detta di Gillo Dorfles in un suo storico testo del 1951 sugli artisti del MAC,

il Movimento arte concreta, anche le soluzioni più astratte possono nascondere «la forma ameboide

d’una cellula, gli aspetti di strane strutture organiche o minerali». La natura, insomma, non può essere

negata. Gli autori del cosiddetto “ultimo naturalismo” italiano (o, citando Testori, “naturalismo di

partecipazione”) ne fecero un punto di forza e dichiararono apertamente il debito verso gli umori del

creato. Immergendosi nella terra avrebbero trovato la regola, la geometria, la sintesi. L’essenziale

invisibile agli occhi.

Proprio come loro, Carola Mazot non aveva paura del verde. Dopo la lunga stagione degli anni Sessanta

e Settanta, segnata da un realismo duro e crudo – quello delle sue belle teste statuarie d’uomini feriti

dall’esistenza – nei primi anni Ottanta i toni torbati di una pittura dolorosa, umanamente commossa,

hanno lasciato affiorare nuovi motivi e nuove sfumature. La sua iniziale epopea degli umili, seguita

dal dinamismo dei cicli dedicati ai musicisti o agli atleti colti all’apice dello slancio e della tensione,

è scivolata nella serenità campestre della serie sui giardini. In modo inatteso, repentino, quasi

stupefacente, Carola Mazot ha spostato il suo sguardo penetrante dai moti del corpo a quelli della

natura e dei suoi palpiti. E così il verde smeraldino ha fatto irruzione sulla tela. Ha seminato prati

umidi di brina, spettinato l’erba con scatti di colore lucido. S’è arrampicato sugli argini, avvolto fra

i tralicci, spalmato nel sottobosco o sfrangiato nelle chiome di un albero in fiore. No, Carola Mazot

non ha avuto nessuna paura del verde. Perché voleva fortissimamente che si sentisse la natura dentro

la sua pittura più informale che mai. Voleva che il verde catalizzasse il sentimento della terra tanto

quanto lo aveva fatto per Morlotti o Mandelli. E voleva, allo stesso tempo, poter raggiungere la

sintesi estrema della forma – riducendo l’immagine a un fuscello – senza rinunciare al richiamo della foresta. Un solo gesto verde

 per riassumere l’indole di un microcosmo vegetale. Da bambina, ascoltando le lezioni quotidiane del nonno (il pittore

post-impressionista veneziano Vettore Zanetti Zilla), rimase colpita da un suo suggerimento. «Mi faceva notare di quanti verdi era

 composta una massa d’alberi». Non stupisce che, anche nei suoi giardini più immediati, il verde muti da giochi di ombre profonde

 alla luce tersa che rimbalza sulle foglie. E non stupisce che, dietro all’invenzione di una natura concentrata in pochi, calcolati,

 germogli distesi nello spazio algido della superficie, si legga chiaro l’insegnamento di Paul Cézanne. Il maestro assoluto del

 paesaggio reso in geometrie perfette non temeva certo le implicazioni di un colore freddo. Al contrario, verde e azzurro avevano

 per lui la prerogativa di spingere l’immagine in lontananza, evocare prospettive profonde, rendere palpabili gli strati dell’atmosfera.

 Basti pensare alla sua icona teorica, la celebre la montagna Sainte-Victoire, il massiccio calcareo della Provenza avvolta nella sua nuvola cerulea.

«Cerco di rendere la prospettiva mediante il solo colore» ripeteva. Non è un caso che Carola Mazot,

pensando agli anni della sua formazione giovanile nello studio di Donato Frisia, prima ancora

dell’iscrizione all’Accademia di Brera, ricordasse di aver deposto la preparazione a matita per «disegnare dipingendo».

Nel periodo dei giardini, tale retaggio si fece sempre più necessario e istintivo. La tecnica era quella della pittura informale.

Getti energetici di materia sulla tela. Sferzate elastiche, graffi  rosa per le magnolie, nodi ispidi per le rose selvatiche.

 Ma i soggetti non si sono mai persi nella spontaneità incontrollata della mano. Dal magma selvatico spuntavano peonie e ginestre,

rami di fico piegati dal vento, mazzi di ortensie molli di pioggia. «Dovevo disegnare la grande massa geometrica in cui era

compresa la figura» spiegava, parlando del metodo e della composizione. Altra memorabile lezione cézanniana.

 La matematica e l’emozione. Senza perdere di vista i volumi, Carola procedeva allora

con la velocità del tratto. In questo modo catturava il senso passeggero degli eventi rispettando gli

equilibri esatti del quadro. Un gioco armonico di spazi pieni e vuoti regola, infatti, le sue pagine

popolate di vita arborea. Un rigore quasi orientale oppone le linee sottili e le matasse di colore al

vuoto intonso dello sfondo. L’ampio respiro del bianco e della tela fa pensare proprio all’esperienza

del vuoto che pervade i magnifici e perturbanti giardini zen, dove certi elementi isolati richiamano

la macchia nera di china dell’ideogramma giapponese sul bianco della tavola.

Nella serie che incornicia un vecchio tronco scisso in due rami che si divaricano solenni verso il

cielo, si ritrova un contatto ideale con i piani bilanciati delle stampe di Hiroshige. L’orizzonte è un segmento nel bianco.

Il primo piano è invaso dalle radici cupe che si infittiscono nell’ombra. Il resto è luce e aria. E come Carola non aveva paura del

 verde, non ne ebbe neppure del vuoto. Il lavoro dei suoi anni Ottanta divenne gradualmente più rarefatto nel decennio seguente.

Le masse rigogliose dei primi scorci fioriti andarono disfacendosi nell’etere fino a rimanere come particelle di colore in libertà,

tracce di una natura aerea.

Pur non essendo interessata a sondare i confini dell’astrazione – lei che era cresciuta studiando la lezione plastica di Marino Marini

 o di Giacomo Manzù – approdò infine a una grammatica segnica essenziale. L’estrema libertà del suo segno e della linea “errante

” aveva prodotto disegni automatici, riflessi involontari dei suoi moti del cuore. Le forze dell’inconscio, le passioni più intime

 guidavano la suo mano oltre il giardino. Nei territori del sogno e della leggerezza. Qui, anche le rose o le magnolie non sarebbero

 più state la trascrizione fedele di un soggetto botanico, ma l’alibi per un viaggio oltre la contingenza, per indagare la dimensione

 lirica del creato e della sua bellezza silvana.

 

 

 



 Locandine "LA CORNICE spazio espositivo"

 



Archivio locandine "il raggio"

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canonica               
 
               
               


 

              Alcune esposizioni tematiche dal 1997 a oggi:

1997: "Incisori giapponesi dell' 800" La mostra presentava xilografie a colori appartenenti al periodo dello "UKIYO-E" con una scelta dei massimi artisti giapponesi del tempo come: Hokusai, Hiroshige, Shunsho, Kunisada, utagawa e altri. 


1998
: "L'epoca d'oro dell'incisione tedesca dalla fine del `400 alla fine del `500". Una ricca scelta di incisioni dei maggiori artisti tedeschi del periodo:A.Dürer, A.Altdorfer, H.S.Beham, M.Wolgemut, D.Hopfer e molti altri. 


1999
: "Il disegno italiano del dopo guerra". Disegni di artisti italiani operanti nel periodo quali: M.Marini, Brindisi, Dova, Bergolli, Bestini, Mucchi, Crippa, Lanaro, Del Drago, Mazzola, breveglieri, Badodi e Dodi Bortolotti. 


2000
: "L'incisione romantica".Incisioni dei massimi interpreti di questa corrente culturale : Delacroix, Corot,Daubigny, Chasserieau, Fantin Latour, Calame, Fontanesi, Cotman, Borromeo e altri. 


2001
: "Incisori italiani antichi da fine `400 a fine `700".Una vasta scelta di incisioni dei maggiori interpreti di questa tecnica:S.Della Bella, G.Tiepolo, G.B. Castiglione "il grechetto",A.Tempesta, G.B. Piranesi e molti altri. 


2001
:"Astratta".La mostra presentava una vasta scelta di grafica moderna di artisti di fama internazionale quali: Braque, Sutherland, Man Ray, Vasarely, Jorn, Bill, Fautrier,Lam,Appel,Matta,Veronesi,Caporossi, Guidi, Vedova, Magnelli e altri. 


2002
:"Astrattismo comasco".Opere grafiche degli artisti appartenenti al "gruppo Como": M.Radice, A.Galli, M. Ro, C.Badiali e C.Prina. 


2002
: "Poesia dell'informale".Collettiva di otto artisti italiani fra i più rappresentativi del genere:Ruggeri, Collina, Bargoni, Barbieri, Raciti, Mosconi, Sturla e Lerpa. 


2003
:"Frammenti di pittura figurativa nel Ticino del `900".La mostra presentava una scelta di artisti operanti in Ticino durante il periodo:G.Galbusera, A. Nespoli, E. Burzi, W.Schmid, M. Moglia, N.Arnoldi, Seewald, Kempter, C.Cotti, P. Togni, F. Meier, Ferrazzini, Hasenfranz, M.Osswald Toppi, Rosetta Leins, P.Colombi e P.Donzé. 


2005
:"Albert Müller e Gordon Mc Couch: espressionisti in Ticino".La mostra metteva a confronto due degli artisti che hanno operato, uno a Mendrisio,l'altro ad Ascona, facendo conoscere anche nel nostro cantone l'espressionismo di matrice tedesca. Gordon Mc Couch, originario di Philadelphia,dopo aver frequentato l'accademia in  Germania, si trasferisce in Ticino attratto dal fermento culturale del "Monte Verità" sopra Ascona.Albert Müller giunge invece in quel di Mendrisio dove fonda con altri espressionisti il   gruppo "Rot-blau".


2006
:"los caprichos" di Francisco Goya:abbiamo presentato un gruppo di incisioni all'acquaforte e all'acquatinta della serie "los caprichos" edita per la prima volta nel 1799.Questa serie ebbe uno straordinario successo nell'800 tanto che ebbe un totale di dodici edizioni.Le tavole presentate appartenevano alla 5° edizione, stampata dalla calcografia della Real Accademia di Madrid nel periodo 1861-1886 in 210 esemplari. 


2007
:"Pan" di Oskar Kokoschka: erano esposte 17 litografie originali firmate e numerate dall'artista,appartenenti alla cartella "Pan" edita da hoffmann und Kampe nel 1978 che illustrava l'omonimo romanzo di Knut Hamsun.Correlava la mostra una ricca esposizione di libri illustrati da incisioni realizzate dai maggiori esponenti dell'espressionismo tedesco.


2008
:"La Tauromachia" di Francisco Goya:abbiamo esposto la serie completa, 40 tavole, appartenenti alla IV tiratura (su 7) eseguita nel 1905 in 100 esemplari che lo Harris giudica la migliore dopo la prima.


2010:
"Adriana Bisi Fabbri": abbiamo esposto grazie alla collaborazione con gli eredi una vasta scelta di disegni a matita, di carboncini e pastelli che ben rappresentavano sia la sua attività di ritrattista che quella di illustratrice.


2011:
"Maestri giapponesi del '700 e del '800": come già nel nel 1997 abbiamo esposto una trentina di xilografie a colori appartenenti al periodo dello "UKIYO-E" con una scelta dei massimi artisti giapponesi del tempo come: Hokusai, Hiroshige, Shunsho, Kunisada, utagawa e altri. Abbiamo inoltre completato la mostra esponendo dei libri riguardanti il periodo e contenenti sia incisioni che fotografie originali colorate a mano. 


2013: "William Hogarth inciso da T. Cook": la mostra presentava 38 incisioni originali disegnate da W. Hogarth e incise da T. Cook. La tematica delle tavole era, come sempre in Hogarth, la critica sociale e la satira sui costumi e gli usi del tempo. La qualità delle incisioni garantita dalla grande maestria di T. Cook era eccezionale.

2015: "Tra modernismo e tradizione": l'intento della mostra era quello di offrire una sventagliata sul panorama artistico ticinese del novecento. Erano presenti artisti ticinesi, confederati, tedeschi e italiani che hanno operato in Ticino durante il secolo scorso: Flavio Paolucci, Gerard Schneider, Max Weiss, Nag Arnoldi, Ivo Soldini, Günter Böhmer, Fausto Agnelli, Mario Ribola, Remo Patocchi, Ugo Zaccheo, Ettore Burzi, Ernst Kempter, Pietro Chiesa e Luigi Rossi.


Gli artisti contemporanei che hanno esposto al" raggio":

 Domingo Sampietro, Mirto Canonica, Armand Rondez, Giancarlo Sangregorio, Danilo Colombi, Silvia Paradela Castioni, Klaus Prior, Mino Ceretti, Jan Peter Fluck, Alberto Sartoris, Gianni Metalli, Loredana Müller, Armando Fettolini, Gianni Bucher, Eugenio Tomiolo, Sergio Emery, Sergio Piccaluga, Christian Erroi, István Gyalai, Fernando Bordoni, Gianluigi Susinno, Rosy Gadda Conti, Enrico Della Torre, Giuseppe Bolzani ,Giuseppe Martinelli, Luigi Stradella, Marco Mucha, Giorgio Larocchi, AlFadhil, Silvana Ciapparelli, Laurence Chatelain , Armando De Giovanni, Giovanni Cappello, Franco Massanova, Fritz Meijer, Daniel Lifschitz, Marko Karlo, Taddeo Bruno, Luca Gansser, Hélène Decuyper, Dario Jucker,  Jean Marc Bühler, Matteo Boato, Katia Piccinelli, Emilio Rissone, Cio Zanetta, Salvatore Grande, Carmo, Uriel Schmid-Tellez, Sara Visintainer, Stefano Ciaponi, Lauro Monti, Patrizia Mancuso,  Alessandro Mazzoni, Amir Yeke, François Bonjour e Nina Nasilli, Claudio Granaroli, Fabiola Quezada, Enzo Pelli, Silva Cavalli Felci, Renzo Ferrari e Ubaldo Rodari.


Lo spazio espositivo